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    Storie

    Whisky, gin e pagine memorabili: gli scrittori e l’alcol

    18 Maggio 2026 Christian Soddu

    Il rapporto tormentato tra dipendenza e creatività nelle vite dei grandi autori del Novecento

    Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera”.

    Così inizia Il nuotatore di John Cheever. Di questo racconto, uno dei più belli del Novecento, Olivia Laing ha detto che «comprime tra le sue tenaglie tutta la vita di un alcolista».

    Quello tra alcol e scrittori – scrittori celebri; scrittori celebri americani – è un legame fatale che fa parte della tradizione letteraria occidentale. Col tempo, pose, aneddoti e curiosità hanno soppiantato il peso autentico, profondo e drammatico che l’alcolismo ha avuto sulla creatività e lo sviluppo di alcune tra le personalità letterarie più influenti, “eroi” sulle cui vite e opere si sono formate generazioni di lettori e aspiranti scrittori.


    Il mito romantico dello scrittore ubriaco

    È senz’altro vero che l’alcol – il tormento inflitto e il sollievo procurato dall’alcol – è stato parte ingombrante di queste vite, prima ancora che di queste carriere, come un grosso vecchio cassettone della nonna di cui non ci si libera facilmente e che, volenti o nolenti, condiziona l’intera disposizione di una stanza.


    È difficile dire se, senza alcol, Hemingway sarebbe campato più a lungo o se Fitzgerald sarebbe riuscito a regalarci ancora un ultimo, grande capolavoro prima di cadere stroncato da un infarto a Hollywood nel 1940.


    A molti, quel cassettone sembra piacere eccome.
    A soffermarsi sul motteggiare di tanti geni letterari, infatti, si coglie quell’abilissimo esercizio di camuffamento e alleggerimento da cui deriva l’inesorabile leggenda dello scrittore tutto bourbon, sigarette e ticchettio di tasti, con il povero editor di fiducia costretto a fare di volta in volta da amico e confessore, medico e complice, consulente sentimentale e controllore.


    Dietro le battute la dipendenza

    Per un Truman Capote che amava ripetere «Io non sono alcolizzato, gli alcolizzati vanno dagli Alcolisti Anonimi, io vado ai party», o una Dorothy Parker che si schermiva – «Adoro un martini, due al massimo. Dopo il terzo finisco sotto il tavolo, dopo il quarto sotto il padrone di casa» –, ci sono storie vere di lotta all’ultimo sangue contro la dipendenza.

    Pochi ne sono usciti, e nessuno indenne.
    Nessuno degli scrittori sopra menzionati. E non Tennessee Williams, non William Faulkner, non Charles Bukowski, Brendan Behan, Dylan Thomas, Jack London, Raymond Chandler, e nemmeno Eugene O’Neill, John Berryman, Jean Rhys, Carson McCullers, Lucia Berlin, Patricia Highsmith, Elizabeth Bishop, Marguerite Duras e moltissimi altri.


    Il dolore come materiale narrativo

    Naturalmente, occorre chiarirsi sul concetto di “uscirne indenni”.
    La lista di autori gravemente debilitati e morti per cause dirette o indirette legate all’abuso di alcol è interminabile. Ma questo non ha impedito loro di essere dei grandi artisti e di lasciarci opere memorabili. Se poi, senza gin e whisky, avrebbero fatto ancora meglio, non è possibile dirlo, come non è possibile stabilire se eliminando il cassettone della nonna la stanza risulterebbe più ariosa oppure, tutto sommato, meno affascinante.

    È probabile che se la scrittura, l’arte in genere e qualsiasi forma di rielaborazione estetica della realtà non possano che partire dalla propria realtà, dal proprio piccolo e personale spicchio di mondo, allora tutto il materiale che ci è toccato in sorte serva a qualcosa. A patto di sapersene servire.

    Come disse Jay McInerney a proposito di John Cheever, «Ci sono stati migliaia di alcolisti con una sessualità conflittuale, ma solo uno di loro ha scritto Il ladro di Shady Hill e I dolori del gin».


    Gli “anni di grazia”

    Cheever è stato tra quei pochi che ce l’hanno fatta.
    Smise di bere a 63 anni, dopo un collasso quasi fatale, e non toccò più il gin fino alla sua morte, nel 1982. Quegli anni da sobrio, che lui definì «i miei anni di grazia», non devono essere stati molto diversi dagli «anni bonus» di cui parlava Raymond Carver, altro miracolato, per riferirsi al suo ultimo periodo di vita, quello artisticamente più fecondo, dopo essere riuscito a smettere di bere.

    Scrivere l’inferno

    Gli scrittori, anche quelli dalla biografia più tormentata, hanno un grande privilegio rispetto a tutti gli altri “dannati” della terra: possiedono il dono di alzare la testa… o forse no, al contrario, di chinarsi, strisciare senza pudore tra le natiche e le caviglie dell’esercito indistinto e anonimo del mondo per poi tirarne fuori con rabbia, come una carta dal mazzo, l’ispirazione per un personaggio.

    Uomini e donne e personaggi come Rosemary, la cuoca descritta da Cheever ne I dolori del gin, che il gin lo nasconde nella bottiglia di Coca-Cola e che si giustifica così:

    «Mi sento sola», mormorò.
    «Sono sola, ho paura, ed è tutto quello che ho».

    Rosemary, amica nostra, specchio nostro.
    Se possiamo fissarla a due passi di distanza è grazie a chi, scrivendo, scrivendo come Cheever, scrivendo di alcol, dolore e bellezza, ha vissuto l’inferno dentro di sé e ne è uscito nell’unico modo possibile: raccontandolo.


    Citazioni sul bere

    «Ci sono stati migliaia di alcolisti con una sessualità conflittuale, ma solo uno di loro ha scritto Il ladro di Shady Hill e I dolori del gin». (Jay McInerney su John Cheever)

    «Io non sono alcolizzato. Gli alcolizzati vanno dagli Alcolisti Anonimi, io vado ai party». (Truman Capote)

    «Adoro un martini, due al massimo. Dopo il terzo finisco sotto il tavolo, dopo il quarto sotto il padrone di casa». (Dorothy Parker)

    «Scrivi da sobrio, correggi da ubriaco». (Ernest Hemingway)

    «Dopo il primo bicchiere scrivo meglio, dopo il secondo scrivo ancora meglio, dopo il terzo scrivo capolavori… Dopo il quarto non scrivo più». (F. Scott Fitzgerald)

    «La civiltà inizia con la distillazione». (William Faulkner)

    «Sono un bevitore con problemi di scrittura». (Brenda Behan)

    «Senza bere, non ci sarebbe stata la scrittura. Non la mia, almeno». (Charles Bukowski)

    «Non scrivo mai prima di mezzogiorno. Prima di mezzogiorno bevo». (Graham Greene)

    «Bere è una maniera di essere al mondo. Ho scritto i miei libri più veri quand’ero completamente ubriaca». (Marguerite Duras)


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