IT compie 40 anni: nel settembre 2026 ricorre l’anniversario dell’uscita americana del romanzo di Stephen King. Per tornare alle pagine di IT, seguiamo Beverly Marsh fino a una vicina inattesa: Scout Finch, la bambina de Il buio oltre la siepe. A Derry come a Maycomb, la paura comincia a pochi passi da casa.
C’è una casa davanti alla quale si rallenta. Il coraggio consiste nell’avvicinarsi ancora un poco, arrivare fino alla rete, toccare qualcosa, magari la porta, e poi tornare di corsa dagli altri. L’erba è troppo alta, le finestre troppo scure. Qualcuno racconta di aver visto un movimento dietro una tenda. Qualcun altro conosce una storia peggiore. Nel pomeriggio immobile, tra la noia e la voglia di essere vivi, i bambini si fabbricano un’avventura.
Il mostro deve venire fuori

A Maycomb, Alabama, si chiama Boo Radley. A Derry, Maine, è solo un pronome: IT. Due case, due gruppi di ragazzini, due modi di prendere la rincorsa verso ciò che spaventa. In mezzo, se accostiamo i due romanzi e lasciamo che per un momento le loro strade comunichino, ci sono due bambine: Scout Finch e Beverly Marsh.
Il 15 settembre 1986 Viking pubblicava negli Stati Uniti il capolavoro di Stephen King. Quarant’anni dopo, Beverly può accompagnarci tra le pagine di IT lungo un percorso diverso da quello che conduce direttamente a Pennywise; con lei, scopriamo innanzitutto il rapporto fra una bambina e il mondo che pretende di sapere già chi quella bambina diventare. Su questa strada, la piccola protagonista di Harper Lee le somiglia. Abbastanza da farci fermare per guardare meglio.
La provincia di Beverly e Scout

La Maycomb degli anni Trenta e la Derry della seconda metà del Novecento hanno aspetto, clima, economia e storia differenti. La segregazione razziale dell’Alabama possiede una struttura che sarebbe improprio diluire in un generico malessere americano. Il Maine di King ha un’altra memoria. Eppure, in entrambe le città riconosciamo un modo analogo che hanno le persone di osservare, classificare e tramandarsi giudizi.
È la provincia intesa come apparato e schema. Il cognome che precede una persona e pretende di spiegarla; la famiglia di cui si sa tutto da sempre; la raccomandazione su chi sia opportuno frequentare. Ci sono le buone maniere e il pettegolezzo, una sorveglianza minuta che si esercita anche distribuendo premure. Si cresce dentro una conoscenza degli altri già pronta all’uso.
Il familiare comincia a fare paura quando pretende di essere indiscutibile
Scout, più piccola e irriverente di Beverly, si muove in questo spazio con maggiore spensieratezza. La zia Alexandra preme perché la nipote assuma una fisionomia socialmente accettabile: abiti, contegno, coscienza della propria discendenza. Scout preferisce scorrazzare tutt’intorno con Jem e Dill. Anche Beverly, unica ragazza del Club dei Perdenti, cerca fra i coetanei un tessuto in cui contino il coraggio e la lealtà, anziché il posto assegnatole in anticipo.
Le due infanzie restano profondamente diseguali. Scout appartiene a una famiglia bianca rispettata, dispone di protezioni che Beverly, povera e sottoposta alla violenza paterna, non possiede. Il genere di riparo che una casa può offrire non è sempre uguale.

Due bambine e due padri
Tra Atticus Finch e Alvin Marsh incorre la differenza più dolorosa fra i due mondi. Scout può rivolgersi al padre per cercare un criterio con cui leggere ciò che accade. Atticus le insegna a dubitare del verdetto già emesso dal vicinato, a concedere agli altri una complessità che i soprannomi e le dicerie cancellano. La sua difesa di Tom Robinson espone la famiglia all’ostilità della comunità, ma offre alla bambina un esempio di resistenza morale.
Beverly deve imparare a difendersi anche da chi dovrebbe proteggerla. La presenza del padre, le sue percosse, il controllo possessivo sul corpo della figlia rendono pericolosa la normalità domestica. In casa Marsh il sospetto e la paura non hanno bisogno di rumori notturni. Basta sentir rientrare qualcuno.
C’è una scena in cui l’espediente fantastico rende visibile questa condizione: il sangue che invade il bagno di Beverly. Lei lo vede, il padre no. I suoi amici, invece, vedono come lei e la aiutano a pulire. È un passaggio che tiene insieme la minaccia soprannaturale e l’esperienza di una bambina la cui paura non trova ascolto nel mondo adulto. Per un momento, avere degli amici significa questo: qualcuno riconosce ciò che per te è insopportabilmente reale. E resta a darti una mano.
Nel romanzo della Lee, il contrappunto più prossimo alla casa di Beverly lo troviamo nella vicenda di Mayella Ewell, nella sua povertà e nella violenza del padre. Mayella, però, partecipa all’accusa che distrugge Tom Robinson, protetta in tribunale dal privilegio della pelle bianca. Convivono in lei sofferenza e responsabilità, perché il male circola anche attraverso chi lo subisce.
Scout e Beverly sembrano allarmate dal medesimo interrogativo, che va ben oltre il “mostro”: di chi ci si può fidare? Per poter rispondere, devono imparare a separare l’autorità dalla cura, le regole dalla giustizia, la reputazione dai gesti. È un apprendistato che gli adulti, spesso, hanno lasciato a metà.
Il gioco della paura e le case oscure

È vero che, al fondo di tutto, c’è anche il piacere di spaventarsi. Scout, Jem e Dill fanno della casa dei Radley il centro di un piccolo teatro crudele. Inventano, si sfidano, provocano. Vogliono che Boo venga fuori. La temerarietà serve a stabilire chi sia abbastanza coraggioso per appartenere al gruppo; l’uomo nascosto è ridotto a personaggio necessario per far funzionare il gioco.
Si sente, in quelle spedizioni, qualcosa di familiare anche a chi è cresciuto molto lontano dall’Alabama. Il compagno mandato avanti. La vergogna di tirarsi indietro. Il godimento sottile di attribuire a un estraneo abitudini orribili e impossibili da verificare. Così, mentre credono di inventare, i bambini stanno già imitando i grandi del vicinato.
I Perdenti di Stephen King affrontano un pericolo di altra natura. Nella casa abbandonata di Neibolt Street, IT si manifesta davvero, e Beverly contribuisce a ferirlo con la fionda. Quella casa è uno dei suoi luoghi d’apparizione; la tana della creatura affonda nel sottosuolo di Derry. Le risorse del gioco, l’invenzione di regole e di armi, la fiducia condivisa diventano strumenti per sopravvivere.
Resta una somiglianza dei gesti che conduce a due scoperte opposte. I ragazzi di King devono credere alla realtà del mostro per trovare il modo di combatterlo. Scout deve correggere il racconto collettivo che ha trasformato Boo in un mostro. Anche il suo coraggio, a quel punto, cambia qualità: avvicinarsi a una persona richiede di rinunciare a ciò che si credeva di sapere.
Boo è, per dirla con un verso di Sandro Penna, un mostro da niente, se con quel niente intendiamo la ferocia immaginaria che gli è stata attribuita. La sua sofferenza è però reale. La casa dei Radley custodisce una lunga vicenda di segregazione domestica, la durezza di una famiglia che ha sottratto un essere umano alla vita comune. Il buio è soprattutto quello che gli altri hanno costruito intorno e al di là della siepe, avvolgendovi la casa di Boo.
Il male conosce tutti in paese
Una casa sinistra offre un vantaggio: permette di dare alla paura un indirizzo. Lì dentro c’è qualcosa che non va, mentre il resto della strada può continuare a considerarsi normale.
Harper Lee scombina questa distribuzione delle ombre. Mentre i bambini sorvegliano Boo, l’ingiustizia si prepara e si consuma in luoghi aperti, frequentati, rispettabili. Come il tribunale. Nel processo a Tom Robinson, il pregiudizio razziale acquista la forza di un verdetto. Il male è diffuso, ma ha contorni storici e atti riconoscibili: l’accusa falsa, la minaccia del linciaggio, una giuria che condanna un innocente. Le singole responsabilità si appoggiano a un ordine sociale che le rende possibili.
È la scena davanti al carcere che, più di tutte, porta questo nodo al pettine. Fra gli uomini venuti a prendere Tom per linciarlo, Scout riconosce il signor Cunningham e gli parla del figlio. Per lei è ancora il padre di un compagno di scuola. Quella familiarità incrina per un momento la compattezza della folla. Sentirsi chiamare per nome dalla bambina costringe l’uomo a ritrovarsi dentro ciò che stava per fare.
Anche la storia di Derry procede su due piani di realtà distinti. Le ricerche di Mike Hanlon fanno riemergere atrocità che la memoria pubblica ha assorbito o respinto. L’odio razziale, la violenza contro i più deboli, l’aggressione omofoba ad Adrian Mellon appartengono al tessuto stesso e, potremmo dire, allo spirito della città. Quest’ultima vicenda riprende perfino un fatto reale, l’uccisione di Charlie Howard a Bangor nel 1984, che aveva indignato King.
IT dà a questa violenza una consistenza fantastica, smisurata e multiforme. Nel mondo del romanzo, la creatura possiede però un’esistenza propria e antichissima: sarebbe riduttivo spiegarla soltanto come un prodotto dei pregiudizi umani, perché quei pregiudizi li alimenta, li utilizza, e trova nell’indifferenza un terreno favorevole. Possiamo leggere la creatura di IT come la manifestazione di una malattia sociale proprio perché il libro ci mostra quanto intimamente i due orrori riescano a collaborare.
Maycomb e Derry si avvicinano qui. Nella possibilità che una comunità continui a funzionare mentre distrugge qualcuno; nella facilità con cui si può essere premurosi con i propri figli e spietati con quelli degli altri. La consuetudine rende sopportabile perfino ciò che, guardato per la prima volta, sarebbe intollerabile.

Crescere senza imparare a distogliere lo sguardo
Per Scout crescere comporta una rinuncia al gioco. Quando, sul finale del romanzo, riaccompagna Boo a casa e si sofferma a osservare il quartiere dalla sua veranda, il luogo che aveva scrutato dall’esterno diventa un punto da cui vedere gli altri. La casa ha cambiato funzione: le permette di immaginare una vita diversa dalla propria. L’avventura finisce con una responsabilità verso la persona che l’ha resa possibile.
Per Beverly il passaggio si prolunga nell’età adulta. La violenza si ripresenta nel matrimonio con Tom Rogan; tornare a Derry significa anche interrompere la sua presa. Il tempo trascorso, da solo, non ha risolto ciò che era accaduto. Per uscire da quella ripetizione occorrono un gesto, un rifiuto, il recupero di legami capaci di sostenere una scelta.
Anche la forma dei romanzi accompagna questi percorsi. Lee affida alla Scout adulta il racconto della bambina che è stata: la comprensione maturata nel tempo filtra attraverso lo stupore di allora. King intreccia le due età di Beverly dentro una narrazione corale, lasciando che il passato torni a occupare il presente. Da una parte si ricostruisce ciò che si è imparato; dall’altra bisogna scoprire quanto resta da affrontare.
È una delle ragioni per cui i quarant’anni di IT ci riguardano, e riguardano chiunque possa aver imparato nel frattempo a chiamare “carattere” una prepotenza, “tradizione” un’esclusione, “faccenda privata” una violenza. Rileggere Beverly accanto a Scout significa tornare su quel vocabolario per domandarsi che cosa, crescendo, abbiamo finito per trovare normale.
Le due bambine attraversano paure diverse e ricevono aiuti diversi. La loro vicinanza ci consegna un compito esigente: imparare a riconoscere il male senza diventare simili a chi lo esercita. Perfino il desiderio di stanare può farsi crudele, e perfino il bisogno di protezione può insegnare a chiudere gli occhi.
All’inizio c’era una casa davanti alla quale ci si fermava. Alla fine, per Scout e Beverly, è l’intero quartiere a essere diventato visibile. Le finestre illuminate, le persone che salutano, la voce che chiama a cena. Anche da quest’altra parte della strada.
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