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    Storie, Letture

    Nel cuore della Spooky Season: alla riscoperta di Shirley Jackson

    10 Ottobre 2025 Francesca Magni

    🎃 Siamo nel cuore della Spooky Season e Halloween è dietro l’angolo.
    Questo è il momento migliore dell’anno per coccolare le nostre paure leggendo Edgard Allan Poe, Lovecraft, Stephen King… e per riscoprire la grande Shirley Jackson!
    Autrice di culto che meriterebbe più attenzione e che lo stesso Stephen King, senza troppi giri di parole, considerava la sua “maestra”.

    🏚 “L’incubo di Hill House”: la casa infestata più famosa della letteratura

    Il consiglio è di iniziare a leggere l’Incubo di Hill House. Una storia gotica che più gotica non si può, tutta giocata sul topos della “casa infestata”.

    Pubblicato per la prima volta nel 1959 dalla casa editrice Viking, il romanzo è incentrato su quattro personaggi di diversa estrazione sociale che si ritrovano insieme nell’inquietante casa del titolo. Il luogo ha una pessima reputazione e un aspetto che sembra confermarla. Eleanor Vance, la protagonista, è lì in risposta a un annuncio pubblicato dal Dr. Montague, alla ricerca di assistenti per effettuare ricerche proprio all’interno della vecchia dimora. È la prima avventura della vita, per Eleanor, che fino a quel momento si è dedicata esclusivamente alla madre invalida.


    Il fascino sinistro del libro si gioca tutto sull’equilibrio sottile tra orrore e normalità, immaginazione e realtà, perché è difficile capire, per i lettori come anche per i protagonisti, se sia davvero la dimora a essere infestata oppure se le loro menti, fragili e ipereccitabili, siano particolarmente predisposte a cedere alla tensione e a un’inquietudine serpeggiante.


    🕯️ La paura dentro di noi: realtà, follia e solitudine

    Ecco perché a farci davvero paura, in questo libro, non sono tanto le vicende della povera Eleanor assediata da presenze soprannaturali…
    A farci davvero paura è la realtà.
    La realtà che fa da sfondo al personaggio, e anche alla stessa Shirley Jackson, che sembra parlare di sé quando ci presenta Eleanor come una giovane tormentata che «non è mai stata felice in tutta la sua vita».
    È così per tutti i grandi maestri e i capolavori del brivido: fantasmi, morti, fenomeni inspiegabili sono solo lo svelamento di ciò che di sinistro si annida tra le pieghe della nostra quotidianità, di quella componente grottesca e perfino folle che fa parte della presunta “normalità”.
    Tutti aspetti che l’infelice Shirley Jackson, donna schiacciata dalla routine di moglie e madre e da ciò che oggi chiameremmo “patriarcato”, sperimentò in prima persona, per poi sfogarsi in racconti e romanzi che sanno toccare le corde più intime e le crepe più sottili nell’animo dei lettori.


    𓂃🖊 Shirley Jackson: una scrittrice prigioniera della normalità

    Nata nel 1916 e cresciuta in California, la Jackson coltivò sempre, con disperata costanza e pur tra mille difficoltà. la passione per la scrittura.
    Soltanto raccontare storie poteva in qualche modo liberarla.
    Come si legge nell’incipit dell’Incubo di Hill House: «Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni».


    🪦 Da Bennington a Bret Easton Ellis: luoghi che generano inquietudine

    L’incontro con Stanley Edgar Hyman, l’uomo che divenne suo marito, critico letterario e professore all’Università di Syracuse, segnò l’inizio del loro peregrinare da una cittadina all’altra, fino ad approdare a Bennington, nel Vermont, dove Hyman aveva ottenuto una cattedra: un puntino sulla mappa, reso però pulsante da un intreccio di rimandi e coincidenze che talvolta tempo e destino si divertono a ricamare. Pur non insegnandovi ufficialmente, anche la Jackson frequentò il campus e costituì una presenza intellettuale centrale nella comunità di Bennington, dove ambientò il suo racconto più famoso, La lotteria.

    La vecchia chiesa di Bennington

    E quarant’anni dopo studiò lì Bret Easton Ellis, che vi scrisse Meno di zero.
    Una coincidenza simbolica affascinante che lega, nello stesso luogo di origine, la regina dell’inquietudine domestica americana al cronista del vuoto yuppie degli anni Ottanta.
    Incubatrice di anime turbolente, il Bennington acquisì negli anni fama di luogo mitico di sperimentazione artistica e letteraria, frequentato da futuri scrittori e musicisti tra cui, oltre a Ellis, anche Donna Tartt e Jonathan Lethem, tutti esponenti di quella che i critici definirono “la Bennington Generation”.
    Pur continuando a scrivere e a ottenere sempre maggiori riconoscimenti, anche economici, a Shirley Jackson era però concesso di ricoprire un unico ruolo sociale: spettava a lei la gestione della casa, l’educazione dei quattro figli, intrattenere gli ospiti del marito e occuparsi delle faccende quotidiane.

    Pare che, arrivata in ospedale per partorire il suo terzogenito, quando all’accettazione le domandarono quale fosse la sua professione, lei rispose «scrittrice».
    La reazione dell’infermiera fu: «Scriverò solo casalinga».

    La gabbia esistenziale era per lei reale e asfissiante, ma anche ambigua nei suoi confini: il marito incoraggiò la sua creatività, almeno finché la moglie non iniziò ad avere più successo di lui, ripagandola poi con una sferzante ironia e i continui tradimenti con le proprie studentesse.


    🕸️ La lezione di Shirley Jackson

    Oggi non ci resta che godere della capacità di sguardo di questa scrittrice, di questo suo sismografo sensibilissimo, che ci registra e raggiunge dietro lo schermo del nostro vivere distratto e apparentemente tranquillo.


    🐈‍⬛ Le case infestate non hanno ricordi!

    Nell’Incubo di Hill House troviamo molti degli aspetti e dei temi ricorrenti nella sua scrittura: l’approfondimento psicologico, donne sole se non ostracizzate dalla loro stessa comunità, personaggi perseguitati e “infestati” non solo da presenze ectoplasmatiche e paranormali, ma anche dal proprio passato, con un continuo dialogo tra orrore sovrannaturale e psicologico, e corrispondenze tra interno ed esterno. Un aspetto, quest’ultimo, che rientra fra i tropi delle case infestate, anche se queste ultime «non hanno ricordi», come dicevano – incautamente! – i protagonisti di un cult degli anni Settanta come Amytiville Horror.



    🔑 La casa come metafora dell’anima

    La casa, da sempre simbolo dell’accogliente nido domestico e della famiglia, può trasformarsi d’improvviso in un posto perturbante e pericoloso che mette in scena gli opposti ancestrali: dall’amore si passa all’odio e il passato di ogni abitante, costellato di drammi profondi e problemi inconsci, può perseguitare il presente.
    Lo spazio domestico diventa un riflesso contorto della psicologia complessa dei proprietari, cassa di risonanza delle ansie, dei problemi e drammi irrisolti, di angosce e paure.

    Sono aspetti che hanno sedotto da sempre il cinema e la televisione, le cui narrazioni si sono spesso concentrate sul sottile confine tra orrore reale e immaginario.
    C’è un tipo di terrore insinuante, letale, quello che cresce a poco a poco silenzioso nella mente, propiziato dal sonno della ragione che genera mostri. Ecco la grande ispirazione che Shirley Jackson ha dato a molti registi e sceneggiatori.


    🎬 Dal libro allo schermo: le case maledette del cinema

    Di case possedute da presenze maligne il cinema è pieno zeppo.
    Abbiamo già citato la saga di Amytiville, ma ricordiamo anche quella di The Conjuring, Sam Raimi con la sua trilogia, e le tante incarnazioni in celluloide degli universi narrativi creati da Stephen King.
    È però con un film del 1932 che si inaugura un filone interessante che ha in comune con Hill House atmosfere e suggestioni: la pietra miliare è Il Castello Maledetto, diretto da James Whale. Opera che racchiude un gruppo di personaggi alle prese con le loro paure in un ambiente ostile pronto ad amplificarle.

    Nel 1963 arriva il primo libero adattamento de L’Incubo di Hill House firmato da Robert Wise: il titolo originale è The Haunting, quello italiano – ormai di culto – Gli Invasati. Wise mescola, con un sapiente bianco e nero, ombre e orrori della mente dei protagonisti e della dimora che li ospita, realizzando quello che ormai è considerato un cult, apprezzato e ammirato da molti registi (come l’inglese Edgar Wright). Un remake di quest’ultimo è il debolissimo (e ultra pop) The Hunting-Presenze: siamo nel 1999, dietro la macchina da presa c’è l’olandese Jan de Bont e gli interpreti sono Liam Neeson, Catherine Zeta-Jones, Lili Taylor e Owen Wilson, tutti confinati nell’antica Hill House per condurre degli esperimenti sull’insonnia.
    Per avere un adattamento, anche se molto libero, del classico della Jackson bisogna però arrivare al 2018, con la serie Netflix in dieci episodi The Haunting (in originale: The Haunting of Hill House), diretta da Mike Flanagan. Una serie antologica che reinterpreta il materiale originale della scrittrice americana, portandolo su un terreno completamente nuovo.
    Il nostro viaggio tra case infestate, guidati dalla creatività tormentata di Shirley Jackson, termina qui.
    Buona Spooky Season!

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