Truman Capote, Harper Lee e i fantasmi di casa
Un viaggio nel Sud degli Stati Uniti attraverso i romanzi di Truman Capote e Harper Lee: l’infanzia condivisa, il Southern Gothic e le case in cui la memoria continua ad abitare
Il Sud, nei libri, ha sempre una stanza in più.
Le altre ci sembra di conoscerle. La cucina dove qualcuno ha sbucciato della frutta e l’odore è rimasto lì, a farsi più dolce e un poco guasto; il salotto con i mobili buoni, quelli sui quali da bambini ci si siede male perché si deve stare composti; le camere in penombra, una striscia di sole che si sposta così lentamente sul pavimento da far pensare che il pomeriggio non finirà.
Fotografie, parenti dentro le fotografie, altri parenti che ogni tanto ci spiegano chi fossero i primi, e a chi noi somigliamo di più. Dalla strada, arriva il ronzio della vita che continua. Qui dentro si sente un orologio.
Poi c’è quella stanza. Una porta in fondo al corridoio. Nessuno sembra darle importanza; eppure, passando lì davanti, tutti abbassano la voce.

Il Sud letterario e il Southern Gothic
Il Sud è sempre il Sud, verrebbe da dire. Mediterraneo, latino, caraibico, statunitense.
Nella nostra immaginazione certe case si somigliano, anche quando cambiano gli alberi del giardino, la lingua delle preghiere, i cibi che si mettono in tavola. C’è una parentela di luce e clausura, una promiscuità di vivi e morti che la letteratura ci ha insegnato a riconoscere. La vedi in una famiglia raccolta per un pranzo, in una vecchia che sa tutto, in un bambino che ascolta da dietro una porta. E nel modo in cui gli adulti smettono di parlare quando si accorgono che è lì.
Il Sud americano aggiunge a questo nostro album le querce ingombre di muschio spagnolo, le magnolie, le doppie porte con le zanzariere, i fiumi larghi che sembrano trascinarsi dietro un intero continente, il legno delle verande e il bianco delle facciate.

C’è un gran lavorio d’insetti, nel Sud che ci figuriamo. Un continuo masticare, scavare, consumare, sotto la serenità apparente dei prati. E ci sono i vestiti della domenica, i sermoni, le visite, le buone maniere con cui si può offrire una sedia e mettere qualcuno al suo posto.
È una sedia sempre molto ospitale. Purché uno resti seduto dove gli è stato detto.
A forza di frequentarlo, questo Sud, nei libri e nei film, finiamo per riconoscerne anche le maschere: zie devote e cugini bizzarri, padri che dominano una casa anche da assenti, vecchie signore intente a sorvegliare la sopravvivenza di un cognome, ragazzi troppo delicati, bambine troppo fiere, persone alle quali è capitato qualcosa molto tempo prima e che da allora sembrano rimaste ferme a quel punto della propria vita.
Intorno, tutto cresce. L’erba, i bambini, e le crepe. Ma quelle maschere restano tali e quali.
Il Southern Gothic abita soprattutto questo scarto.
William Faulkner, Carson McCullers, Flannery O’Connor lo hanno raccontato con voci diversissime, facendo emergere la sproporzione, il grottesco, l’incrinatura che rischia di essere intollerabile, ma è sempre tenuta a bada, nella vita quotidiana. Le grandi case in rovina, le famiglie ripiegate nella propria tradizione, hanno fondamenta precise.
La schiavitù, la guerra civile, la segregazione hanno stabilito chi possedesse la terra, chi la lavorasse, chi potesse entrare dalla porta principale. Quel passato continua a organizzare le vite e gli spazi. Una veranda può essere bellissima e avere alle spalle una storia atroce. La bellezza resta. E anche la Storia.

Truman Capote e Harper Lee: un’infanzia condivisa
È in questo mondo che crescono Truman e Nelle, a Monroeville, Alabama, ben prima di diventare Truman Capote e Harper Lee. Due bambini che abitano l’uno accanto all’altra e ai quali le parti assegnate dal vicinato vanno piuttosto strette: Nelle è combattiva, poco disposta a farsi insegnare le “buone maniere” richieste a una bambina; Truman è sensibile, fantasioso, facile bersaglio delle prepotenze altrui. Insieme leggono, inventano. Il padre di lei mette a loro disposizione una macchina per scrivere. La materia prima è tutta lì, oltre la finestra di casa.
Il loro lavoro futuro è tutto qua: due diversi modi di rientrare in quella casa. Di attraversarla, arrivando ciascuno alle proprie stanze. Del resto, continueranno a incontrarsi anche nei libri: Harper Lee presta alcuni tratti a Idabel, la ragazzina indocile di Altre voci, altre stanze, l’esordio di Capote del 1948; Truman diventa Dill, l’amico inventore di avventure del Buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960. I due si erano riconosciuti ben prima che il resto del mondo sapesse che cosa farsene di loro.
Harper Lee: Il buio oltre la siepe e i mostri di Maycomb

A Maycomb, la cittadina immaginaria di Harper Lee, sapere che cosa farsene delle persone è un’attività alla quale gli adulti si dedicano con grande scrupolo. Per capire chi sei, cominciano dal cognome. Un ramo dopo l’altro, risalgono l’albero genealogico della tua famiglia, controllano un paio di precedenti e la pratica è sistemata. Tu magari devi ancora capirlo, chi sei. Loro lo sanno già.
C’è molto da sorridere, leggendo Lee, e vale la pena ricordare la sua aspirazione a diventare la Jane Austen dell’Alabama meridionale: convenienze, ranghi, piccole vanità, il campionario inesauribile di modi in cui la rispettabilità si prende sul serio. Poi quel sorriso, continuando a leggere, si ferma.
Scout, la protagonista del Buio oltre la siepe, vive l’infanzia e, da adulta, la racconta. Nel romanzo sentiamo entrambe le età: l’irruenza della bambina, la precisione di chi sa già come sono andate le cose. Fra ciò che la prima comprende e ciò che la seconda lascia comprendere al lettore si apre lo spazio dell’ironia, e poi quello del dolore. Anche la familiarità di Maycomb cambia sotto i nostri occhi: le figure pittoresche del vicinato restano riconoscibili quando la loro sicurezza nelle gerarchie sociali rivela conseguenze terribili. Harper Lee può far sorridere e inquietare attraverso lo stesso personaggio, senza dover cambiare paese.
Boo Radley è il primo esperimento di questa educazione dello sguardo. Lui e la sua casa chiusa sulla quale i bambini fanno congetture, aggiungono particolari, si spaventano a vicenda con il piacere feroce di chi desidera avere paura purché resti ancora un po’ di luce.
Boo è una delle presenze più sudiste che si possano immaginare: un uomo del quale tutti sembrano sapere qualcosa, e al quale nessuno ha bisogno di chiedere niente. Il quartiere gli ha costruito un volto. È quello del mostro. Eppure i piccoli doni, l’attenzione silenziosa e il gesto finale con cui protegge i bambini cambiano lentamente il racconto. Oltre quella porta vive una persona. Il buio, lì dentro, ce l’abbiamo messo noi.
Il paese ha una storia già pronta anche per Tom Robinson, l’uomo nero ingiustamente accusato di aver violentato una donna bianca. Il pregiudizio dispone di un tribunale, di una giuria e del potere di condannare. La somiglianza fra i meccanismi che producono un mostro domestico e un colpevole razziale rende ancora più evidente la sproporzione delle conseguenze. Tom verrà condannato, e morirà, anche se non sulla sedia elettrica.
Atticus Finch non riesce a salvarlo. E questo è un macigno che resta, sotto la nostra ammirazione per l’avvocato: tutta quell’integrità, quel coraggio, le parole giuste… e un uomo che muore comunque.
Lo guardiamo, Tom Robinson, soprattutto dalla prospettiva dei Finch, attraverso la coscienza di una famiglia bianca. Anche la posizione da cui ci commuoviamo fa parte della strategia narrativa del libro. Riconoscerlo ci permette di interrogare il romanzo oltre la sua grande efficacia morale.
Truman Capote: Altre voci, altre stanze

Con Capote la casa sembra dilatarsi, moltiplicare i corridoi, trattenere il visitatore nel proprio respiro. Joel, il ragazzo di Altre voci, altre stanze, arriva a Skully’s Landing per incontrare il padre. Si porta dietro una domanda semplice, almeno in apparenza: dove sia, chi sia, quale posto gli abbia lasciato accanto a sé. Ma la dimora in decadenza, gli incontri, i silenzi scompongono quella semplicità. Tutto sembra assumere una consistenza umida, vegetale; ogni figura sembra avere un’ombra che le cresce intorno. Il mondo è tutto da interpretare, e le persone che dovrebbero spiegarlo a Joel sono la parte più indecifrabile.
C’è Idabel, che manda all’aria le convenzioni della femminilità. C’è Randolph, teatrale e dolente, con la sua omosessualità e i suoi travestimenti, una presenza che mette in crisi il modello virile dentro il quale il ragazzo dovrebbe imparare a riconoscersi. E c’è Joel stesso, ancora incerto sulla forma da dare alla propria vita e al proprio desiderio. Nel seguire questa graduale scoperta, la prosa di Capote è ipnotica, allusiva, sensuale, scossa da attrazione e paura.
Il riconoscimento del desiderio omosessuale rimane intrecciato alla dipendenza, al potere degli adulti, al bisogno di essere amati. Dentro la galleria degli eccentrici si agita qualcosa di molto comune. La fatica di trovare un posto dove esistere senza doversi correggere di continuo.
È una vicinanza, quella fra i due scrittori, che sentiamo proprio nella diversa temperatura delle pagine.
Lee ci conduce a rivedere un giudizio; Capote ci lascia più a lungo dentro il disorientamento.
La casa di Boo si apre sulla possibilità di capire un altro essere umano. Quella di Joel mette in movimento anche ciò che il ragazzo credeva di sapere di sé. In entrambi i casi si cresce, facendo i conti con l’inadeguatezza dei racconti ricevuti. Con la sproporzione fra tutto quello che una persona contiene e le poche parole con cui gli altri hanno deciso di definirla.
Tornare al Sud: nostalgia e disincanto
Il Sud di Lee e Capote è un tornare a quelle stanze. Le stanze in cui ci chiudono e quelle che ci inventiamo, le cucine in cui siamo stati felici e le camere dove ci hanno insegnato ad avere paura. Il Sud è tutto questo, e la nostalgia, quando arriva, deve muoversi fra cose che è difficile separare.
Si può rimpiangere un pomeriggio senza desiderare il ritorno del mondo che lo conteneva.
Si può anche aver amato qualcuno e continuare a chiedergli conto di ciò che pensava, di ciò che ha fatto. Anche quando non può più rispondere.
In Va’, metti una sentinella, scritto prima del Buio oltre la siepe e pubblicato soltanto nel 2015, Jean Louise-Scout torna adulta a Maycomb e si scontra con le convinzioni segregazioniste di Atticus.
È una prima forma della storia, questa, riemersa quando ormai ci eravamo affezionati all’altra. E ha la crudeltà di certi ritorni: il padre al quale si torna, il luogo che ci ha cresciuti, possono aver custodito qualcosa che l’affetto ci impediva di vedere. Si riconosce tutto. E ci si sente estranei.
Eppure, da quei luoghi qualcosa si porta via.
Nel 1959 Harper Lee accompagna Capote in Kansas per le ricerche che diventeranno A sangue freddo: interviste, appunti, conversazioni, rapporti da costruire con gli abitanti.
Un’altra America, un altro paesaggio. Ma in quel lavoro è riconoscibile un apprendistato comune: ascoltare una piccola comunità, coglierne le omissioni, avvicinarsi alle persone abbastanza da accorgersi quando il racconto che le circonda non basta. I due bambini di Monroeville, una volta cresciuti, hanno cambiato strada. Ma hanno continuato a guardare dentro le case.
Forse è per questo che il loro Sud ci riguarda tanto, anche se veniamo da altri cortili, da altri pranzi di famiglia, da estati dense di altri odori. Ci si sente a casa e si vorrebbe uscire… Si esce, si cresce, si impara a dare un nome a ciò che un tempo faceva paura. Poi basta una pagina a riportarci lì. La luce sul pavimento, una voce dalla cucina, qualcuno che posa un bicchiere. Le cose piccolissime alle quali la memoria ha affidato una vita intera.
La stanza in più è ancora in fondo al corridoio. Leggendo – leggendo la Lee e Capote – la porta si apre un poco.
E di nuovo ci scopriamo ad ascoltare, con lo stesso orecchio, la voce di chi temevamo e, soprattutto, quella di chi vorremmo sentire ancora.
Christian Soddu
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