C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui si torna bambini.
Non perché ricordiamo qualcosa in particolare, ma per quella sensazione nitida e inspiegabile di aver provato paura – quella autentica, assoluta, che solo un bambino può conoscere davvero.
Su questa emozione Stephen King ha costruito un’intera cattedrale narrativa: IT, il suo capolavoro indiscusso, ci insegna infatti che la paura è la forma più pura della memoria. E forse ogni storia dell’orrore è solo un modo per continuare a guardare, con occhi da bambino, dentro il buio del mondo.
Risvegliarsi dal sogno: l’infanzia secondo Stephen King
Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… Un giorno ne scriverò, pensa.
In un momento particolarmente intenso di IT, Bill Denbrough, uno dei protagonisti, si sveglia da un sogno. Si risveglia e – scrive Stephen King – quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta.
IT: un cerchio che si chiude (e si riapre)
Il significato profondo di questo romanzo monumentale (non solo per la mole) è tutto qui. Nel fatto che noi in quel sogno lungo milletrecento pagine camminiamo, corriamo a perdifiato, piangiamo, tremiamo, ridiamo, sudiamo e sanguiniamo. Sono giorni, settimane o mesi di lettura. Un viaggio che finisce come inizia: con la magia e l’immaginazione che non costituiscono qualcosa di antitetico alla realtà ma un altro piano della realtà stessa; una sovrapposizione che nel dormiveglia ha il suo istante epifanico e nell’infanzia il suo terreno esperienziale in campo lungo.

La verità dentro la bugia: la poetica di King
La maestria di King è certamente creativa e tecnica, ma è anche capacità speculativa a monte di tutto, forza nell’andare a fondo in un pensiero, nell’addentrarsi in un concetto e portarlo alle estreme conseguenze. Se, come recita in epigrafe, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste, allora è facile pensare il capolavoro di King come la vivace quanto sofferta celebrazione della possibilità stessa del romanzesco, e di quel romanzesco che si innerva nell’esistenza di tutti noi attraverso e lungo l’infanzia.
L’infanzia come orrore e come perdita
Qualcosa che non dura, l’infanzia. Ed è questo a renderla terribile. Qualcosa che può essere fatta a pezzi dagli stessi mostri che ha partorito, consumata dalle sue fantasie. E paure. Come le larve che divorano l’organismo ospite, l’infanzia deve uccidere sé stessa, se si vuole che la vita continui. Se si vuole che lo scarico di un lavandino divenga solo lo scarico di un lavandino, i palloncini nient’altro che pezzi di gomma pieni di elio e le violenze patite dal bullo di turno nient’altro che episodi spiacevoli rubricabili alla voce “Scuola, ricordi di”, insieme alla maestra che ci odiava e alla ragazzina che ci rise in faccia quando scoprì che ci piaceva.

Il grande contenitore dell’immaginario kinghiano
Questa specie di poema cavalleresco dedicato all’infanzia che è IT, questo lato B – il lato horror e lisergico e psicoanalitico – di The Body (il celebre racconto all’origine del film Stand by Me), struggente e impietoso come Bambi nel dar conto degli implacabili momenti di passaggio tra infanzia, adolescenza e adultità, teso e spietato come American Psycho nel gusto iperrealistico con cui le peggiori proiezioni violente si materializzano, è in realtà un grande meraviglioso contenitore nel quale Stephen King ha messo tutto Stephen King. La mercanzia che lo ha reso celebre e gli ha valso il successo, le sue intuizioni e le sue doti di orefice nel fondere insieme il genere e lo scavo psicologico, la forza cinetica dell’affabulazione implacabile e la verità di momenti assolutamente lirici e “letterari”, li troviamo tutti compendiati in questa sorta di enciclopedia kinghiana. IT è come un magazzino, da cui possiamo tirar fuori pezzi ed elementi portanti della produzione del “re”: il compagno di scuola “strano” e le famiglie disfunzionali, tombini e luna park e scarichi dell’acqua e insomma… l’intero campionario di posti, oggetti e aspetti del quotidiano che nei suoi libri divengono grimaldelli per scassinare la superficie ordinaria e apparentemente noiosa della consuetudine, della routine di ragazzini e adulti, di qualunque routine, per farne emergere la lava ribollente e pericolosa che scorre sottostante.

L’orrore nell’ordinario: King e la realtà deformata
Non è stato né il primo né l’unico autore a farlo, ma nessuno come lui ha saputo maneggiare l’ordinario, scuoterlo e deformarlo come un giocattolo a molla per poi mostrarci il suo volto sinistro e deturpato una volta scassato. Buona parte degli orpelli e situazioni più comuni delle nostre pacifiche esistenze hanno subito questa sorte: dal nostro amato cane (Cujo) e animaletti domestici vari (Pet Sematary) alla compagna di scuola un po’ isolata (Carrie), dall’automobile di casa (Christine) alle responsabilità sul lavoro (Shining), dalle aspettative altrui (Misery non deve morire) al sesso (Il gioco di Gerald), dalla mania per gli oggetti (Cose preziose) al problema dell’insonnia (Insomnia).
IT: come funziona la macchina della paura
In IT, Stephen King compie il gesto più ampio, ambizioso e circolare di tutti: ci racconta “come funziona” e “perché” la macchina della fantasia e della paura, e dell’infanzia che più di tutto le produce.
Come un sapiente amministratore della propria piattaforma narrativa, ci fa entrare insieme a lui nel backend di questa, ci mostra qualche leva, pulsante e impostazione di base, ma è bravo a non spingersi troppo oltre: ci tiene sempre e comunque avvinti allo schema del romanzo. Solo che, stavolta, l’impressione è che narri un po’ più dal di dentro, sfiorando a tratti la metaletterarietà.
Bill sta sfogliando l’album fotografico di famiglia. Arriva all’ultima foto, le pagine dell’album sono tutte vuote, dopo quella. È la foto scattata al fratellino George appena dieci giorni prima della sua morte:
Sorrideva, mettendo in mostra gli spazi vuoti dei denti nuovi che non sarebbero mai cresciuti… a meno che continuino a crescere anche dopo morto, pensò.
È questo il graffio, questo il meccanismo. Sta dentro il personaggio, sta nel pensiero che disturba e incrina e stride, molto più di quanto non stia nell’oggettività esterna, vale a dire nel successivo
Fissò la foto per qualche tempo […] gli occhi di George si mossero. Si alzarono a incontrare quelli di Bill. L’artificiale sorriso fotografico di George si trasformò in un orrendo sogghigno.





Crescere o morire: da Peter Pan a Derry
Ribadire che il vero orrore da superare è dentro noi stessi non è certo originale né particolarmente profondo. Ma descrivere lo strappo crudele che lacera il cuore quando si sente e si decide – perché lo si decide – che l’infanzia è finita, non deve esserlo.
Ci vuole una compromissione stretta e dolente con i propri otto / dodici anni per saperlo raccontare. Per farci vedere il sangue che scaturisce da quello strappo, la ferocia, la lotta disperata per restare sé stessi senza cedere e soffrire. Ma non è possibile…
Soltanto James Barrie è riuscito a esprimere questo momento in modo altrettanto potente ed eterno.
Si cresce o si muore, come il suo Peter Pan, che fuor di metafora parla di bambini morti.
Si cresce o si muore, come sa bene Bill Denbrough:
Partiamo, ce ne andiamo da Derry, pensa. Ce ne andiamo da Derry e se questa fosse una storia saremmo alle ultime poche pagine; sarebbe il momento di prepararci a riporre il libro nello scaffale e dimenticarcene. Il sole tramonta e si sente solo il rumore dei miei passi e quello dell’acqua negli scarichi. Questo è il momento di…
Più in là, Bill si volta. Si volterà ancora spesso, nel corso della sua vita. Così, partendo e guardando indietro, lasciando le cose senza perderle, si diventa scrittori.
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