Grande sceneggiatore, poeta, narratore, ha firmato alcune delle fiction di maggior successo della televisione italiana.
La prima volta che ho trascorso una o due notti insonni avevo dieci anni. Dieci anni o giù di lì. Finora non mi era mai capitato di non dormire; nemmeno di dormire poco o male. E dopo quella volta non mi sarebbe più capitato per molti altri anni a venire.
Quindi la ricordo, quella sensazione. Ricordo quanto fosse nuovo e sorprendente, per me, quel peso sul cuore che mi impediva di pensare a cavalli, biciclette, i guanti da portiere nuovi, il problema con le frazioni, e con questi scivolare nel sonno.
Quel peso, più avanti adultizzato in “ansia”, aveva un responsabile.
La colpa era della Piovra. La serie TV quando non esistevano le serie TV di maggior impatto nella storia della Rai.
A differenza di cugini o amici della mia età, a casa mi era permesso vedere La Piovra. Così scoprii che la mafia poteva uccidere chiunque. Quando voleva. Lo sapevano, gli altri?
Più in dettaglio, a spaventarmi era stato Adriano Pappalardo. La scena in cui lui imbracciava un mitra e sparava, sparava raffiche infinite, con i gambali affondati nel fango di una porcinaia, l’enorme faccia squadrata, la vena sul collo e la smorfia gommosa delle labbra mentre mitragliava urlando.
Colpa di Pappalardo. E colpa degli sceneggiatori. Uno dei quali era Mario Falcone.

Dall’esordio nel romanzo con L’alba nera (Fazi Editore, 2008) a Network, il thriller pubblicato col nostro marchio nel 2023, la sua è stata una grande carriera in continua evoluzione.
Molti anni dopo, Falcone l’ho incontrato.
Nel 2008, editor alla Fazi Editore, lavorai a L’alba nera, il suo esordio nella narrativa, pubblicato quell’anno. Una storia densa, vivida e ricca di personaggi, lontana anni luce dagli stilemi diaristici e vagamente minimalisti in voga in quegli anni.
La nostra conoscenza si è trasformata in un’amicizia che ci ha visti collaborare a diversi progetti, per poi allontanarci e incontrarci di nuovo.
L’ultimo libro curato insieme è stato Network, il thriller ambientato nel mondo scintillante dei network televisivi, che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima, editare e infine pubblicare su questa piattaforma con il nostro marchio LdiLibro.

Il ricordo di chi l’ha conosciuto e ha lavorato con lui.
Ogni volta, lavorare con Mario Falcone è stato come ritrovare l’efficacia di quel frame che mi lasciò sveglio da bambino, la smorfia di Pappalardo sgherro della mafia e mitra in mano: la facilità popolare ma non didascalica di quell’immagine, la forza del suo impatto, l’effetto infallibile, il procedere non obliquamente, con spregio dell’understatement, verso il pubblico.
Ci sono state pubblicazioni di poesie, una sensibilità declinata in direzioni via via nuove e differenti, altri romanzi, il ritorno a Messina dopo quaranta anni di vita e lavoro a Roma, per poi spendere la propria disponibilità ed esperienza in varie forme, il pubblico e i tanti ragazzi che lo hanno seguito in corsi e seminari…

Per me era sempre come ritrovarsi a chiacchierare con un vecchio animale da fiction (lo era) tutto posaceneri e sigarette (c’erano anche questi, fin troppo, finché non ha dovuto smettere). Poche divagazioni, poche concessioni stilistiche e molto mestiere.
Se ne va un autore. Un nostro autore. Un uomo che sapeva raccontare, che sapeva amare e valorizzare ciò che faceva. La sua passione era contagiosa.
Abbiamo lavorato. Discusso. Riso. Ci siamo divertiti un sacco. Grazie.
C.S.
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