Inutile partire, i grandi viaggi si compiono in biblioteca.
Ne siamo convinti: esistono i libri da clima caldo.
Maugham, Greene e altri compagni di viaggio.
La letteratura coloniale è il nostro romanzo dell’estate.
L’estate è finita, ed è un peccato. Fino al prossimo anno, cala il sipario su un immaginario al quale noi lettori stagionali siamo molto affezionati.
Chi sono i lettori stagionali?
I lettori stagionali, che scelgono libri e autori a seconda del periodo dell’anno, per poi tornarci ciclicamente sopra sempre negli stessi mesi, in estate leggono Somerset Maugham. Leggono Graham Greene e certe cose di Simenon. Evelyn Waugh, Lawrence Osborne, Lawrence Durrell, qualcosa di E. Morgan Forster… qualcosa della Duras.

Noi lettori stagionali nei mesi caldi frughiamo tra le pagine in cerca di esotismo. Non come chi sfoglia un catalogo di viaggi o fissa un poster che qualcuno ha già scarabocchiato eccetera. L’esotismo che cerchiamo è un ulteriore livello di senso, una stanza attigua al nostro cuore, una sonorità di vento e richiami mai ascoltata eppure già nota.
La conosciamo, vibra in noi da tanto tempo. Da quando, ragazzini a caccia di libri, ci piacevano quelli di mare e pirati. Scorpacciate di Stevenson e Conrad e Daniel Defoe. Ancora oggi, è come seguire il vento, ma il paesaggio è mutato e quel vento ci conduce ormai altrove, lontano da tesori nascosti e tifoni, e verso disastri più esistenziali che marinari.
L’esotismo che cerchiamo nei libri
Lo scenario si addensa attorno a un bridge giocato nella hall dell’unico albergo di un avamposto coloniale britannico. Sifoni e seltz, letti con zanzariere e febbri da cavallo. Molto alcol e molto tabacco. Catini d’acqua tiepida e set da barba in stanze umide e silenziose. Lunghe porzioni di giorno da vivere segregati all’ombra dentro casa, o al bar di un circolo sgangherato. Il tracotante, fallimentare trapianto di pezzetti d’Occidente laddove l’infiorescenza carnale di fiori e corpi vince ogni divisa, ogni colletto rigido, ogni pretesa di contegno lineare.

Caldo, isolamento e psiche: il cuore dei romanzi coloniali
Il motore della vicenda è sempre uno, l’impatto che caldo e isolamento hanno su cuore e psiche di commercianti, marinai, ufficiali, piantatori di gomma, piccoli burocrati e preti e medici, tutti bruciacchiati e peccatori, tutti ubriaconi e finiti, chissà come e perché, laggiù.
Eccola, la scenografia subliminale della nostra estate. Ci torniamo con la disposizione d’animo di sempre, credendoci anche senza crederci. Non importa. È l’immersione a restare vera, il fascino intatto… anzi, il mezzo passo indietro della consapevolezza ne aumenta l’ambiguità, lo straniamento: l’esserci e non esserci di Oscar Donadieu in Turista da banane di Simenon:
Del resto, non era forse tutta una messinscena, e le ragazze non avevano lasciato abiti e scarpe in guardaroba per vestirsi di paglia multicolore? E i musicisti non erano quegli stessi uomini che poco prima guidavano i taxi e che più tardi si sarebbero tolte le corone di fiori per rimettersi il berretto bianco con la visiera?
Tutto era vero e falso al tempo stesso, e veniva da domandarsi se la piroga a bilanciere che si vedeva sospesa a un raggio di luna fosse una vera piroga, portata da un pescatore, o una barca dipinta a trompe-l’oeil su un fondale di tela. E poteva sorgere perfino il dubbio di trovarsi in un locale notturno europeo ad ascoltare dischi di musica esotica.
Smarrimento e amori disperati
Riconosciamo comunque la danza personale che muove una certa schiatta di autori lungo il crinale sottilissimo della fuga e del distacco.
Il passo di questa danza è stanco, lento, pesante più che cauto, perché la cautela esige presenza veglia ed energia, tutte cose perdute, in esistenze che queste storie colgono un attimo dopo, quando è ormai troppo tardi. Tardi per sperare, tardi per cambiare, per fare altro, per salvarsi.
Ma non per amare. E per la disperazione che l’amore reca in dote.

Ne sa qualcosa Thomas Fowler, il cronista impantanato a Saigon durante la guerra di Indocina protagonista dell’Americano tranquillo di Greene. Oppiomane non più giovane e non ancora vecchio, innamorato della bellissima Phuong – del suo corpo soltanto, della sua presenza fisica che toglie opportunità al vuoto («la voglio solo nel mio letto!», ripete esasperato). Ne sanno qualcosa tutti i personaggi al centro di libri in cui non c’è posto per il bianco e il nero, non ci sono certezze morali, nessuna risolutezza è possibile. Il luogo e il clima non lo permettono.

Tropici e dolce inerzia: perché torniamo sempre a Maugham, Greene e Simenon
Forse, noi che leggiamo, inseguiamo proprio la scia di questa deresponsabilizzazione.
Che terribile leggerezza! Lo svuotarsi di peso del futuro laddove il passato è un demone esorcizzato dall’alcol, o dalla droga, o dal cinismo, e il presente è solo una febbre di colori insostenibili che esplodono insieme alle emicranie e si disfano in un indistinto fulgore sotto il cielo delle sfrangiate periferie coloniali francesi o britanniche.
Abbiamo negli occhi i colori di queste storie, come quelle raccolte ne La linea del deserto o come Colpo di luna o Turista da banane di George Simenon. Come Pioggia di Maugham, o La sacca dei libri e tutti gli altri suoi “racconti orientali” radunati in Honolulu. Come I commedianti, Il console onorario, Il nostro agente all’Avana o Il nocciolo della questione di Graham Greene; Java Road o Cacciatori di notte di Lawrence Osborne; come quelle del “quartetto alessandrino” di Lawrence Durrell.
Più che romanzi e racconti, elegie dell’insonnia, canti della deriva, indagini al fondo di un naufragio che saprebbe di assoluta libertà se davvero l’assenza e la solitudine permettessero alle voci narranti o ai protagonisti di queste storie di percepirsi come altro che filtri attraverso cui l’esperienza passa e intasa tutto con le sue scorie.

Sono proprio intasati, questi personaggi. Pesanti, stracchi, malati, sfilacciati. Quello che hanno cercato nel loro viaggio al termine del mondo non lo sanno più. Hanno mogli che li odiano e amanti rassegnate. Sono spesso vittime di vendette crudeli (come il missionario di Pioggia), o di rimorsi autodistruttivi (il Mackintosh dell’eponimo racconto di Maugham – ancora lui), o di dolorose erosioni del cuore (quanta, quanta poesia per la Justine di Lawrence Durrell: «Se qui ci sono delle vele, muoiono prima che la terra le adombri. Relitto trascinato dal mare su frontoni d’isole, l’ultima crosta, erosa dal maltempo, conficcata nelle fauci azzurre dell’acqua… sparita!». E vien da pensare che stia parlando della sua anima, del suo destino).
Il senso ultimo
Poco ci importa sapere che in origine fu Conrad. Perché cosa cerchiamo, in fondo, in queste storie?
Nessuna tenebra e nessun cuore, ma la dolcezza dell’inerzia.
Nessuna linea d’ombra, bensì la nostra linea di galleggiamento sulle fatiche del vivere pensando, sognando, desiderando; un’attitudine, una postura esistenziale che riempia di senso quella sfiducia e spossatezza che talvolta ci prende, nel mezzo dell’estate, quando si ha il lusso di non dover reagire per forza subito, la giornata è lunga e il caldo ottunde i sensi, e poi tanto abbiamo Greene, abbiamo Waugh e Somerset Maugham. Abbiamo acquerellisti della fiacca e dell’altrove nelle cui pagine alla fine lo troviamo, l’unico senso da dare a quelle ore tremule e confuse, dietro le tapparelle crivellate di sole. L’unico che valga la pena. L’unico senso della letteratura. Quello di dirti «coraggio, non sei solo».
DIETRO LE TAPPARELLE CRIVELLATE DI SOLE, UN LIBRO TI DICE: «NON SEI SOLO»
Christian Soddu
Direttore editoriale
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